Un Dono Speciale

UN DONO SPECIALE

- La vita di don Pietro raccontata ai più giovani -
 
a cura di Maria Spaggiari
Disegni di Luigi Picchi

@ edizioni il ventilabro, 1998
 
Prima edizione: Gennaio 1998 
Stampa: Guatteri S.p.A. – Gattatico (RE)
 
Edizione on line: Gennaio 2017

 


Ai nostri figli ed ai nostri giovani perché conoscano colui che abbiamo tanto amato.

È stato molto bello per tutti coloro che vi hanno collaborato lavorare insieme a questa storia che è la storia di tanti amici, rivivere emozioni specialissime, aprire lo scrigno prezioso dei ricordi ai più giovani che non hanno conosciuto don Pietro e far conoscere un poco chi era e cosa ha rappresentato per chi l’ha incontrato, amato e gli è stato vicino per tanti anni.

Questo testo in mano ai genitori ed educatori sia uno strumento di conoscenza, di riflessione e di trasmissione per i piccoli del dono di Dio che ci è stato elargito in modo gratuito, meraviglioso, unico e completo.

Non si è inteso fare apologia né ci si è proposti alcuno scopo celebrativo ma si è tentato di scrivere qualcosa per dar gloria al Signore Dio che attraverso don Pietro è intervenuto nella storia di Correggio e di Sant’Ilario con la forza creatrice del suo Santo Spirito.

A noi non resta che dire grazie.

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Cari figli miei, voi che frequentate l’oratorio, la palestra, una chiesa piena di giovani, quante volte avete sentito parlare di don Pietro, quante volte mi avete rivolto delle domande piene di curiosità per una persona che non avete conosciuto, o conosciuto assai poco ma che pure è presente in tutto ciò che ha lasciato! Avete cercato di mettere insieme il puzzle di un quadro che fate fatica ad immaginare. Bene, per me e per tanta gente, questa persona, questo Padre, è stato un dono, un dono meraviglioso. Ecco perché questa è la storia di un dono speciale, fatto dalla Madonna non soltanto a quelli che l’hanno conosciuto ma a tutta la Chiesa.


È una storia che comincia tanto tempo fa…

All’inizio di questo secolo, durante la Grande Guerra, tutti gli uomini sono al fronte; i paesi e le campagne sono abitati solo dalle donne, dai bambini e dai vecchi, con l’ansia nel cuore per la vita dei mariti, dei padri, dei figli…

Un giorno una mamma in attesa di un bambino entra nella chiesa di Sant’Ilario per pregare davanti all’immagine della Madonna del Carmelo. Guardando il suo dolce volto prega la Madonna con queste parole: «Se mio marito tornerà a casa e questo bambino sarà un maschio, io lo consacro a te perché diventi un prete!».

Cari figli miei, voi che frequentate l’oratorio, la palestra, una chiesa piena di giovani, quante volte avete sentito parlare di don Pietro, quante volte mi avete rivolto delle domande piene di curiosità per una persona che non avete conosciuto, o conosciuto assai poco ma che pure è presente in tutto ciò che ha lasciato! Avete cercato di mettere insieme il puzzle di un quadro che fate fatica ad immaginare. Bene, per me e per tanta gente, questa persona, questo Padre, è stato un dono, un dono meraviglioso. Ecco perché questa è la storia di un dono speciale, fatto dalla Madonna non soltanto a quelli che l’hanno conosciuto ma a tutta la Chiesa.


È una storia che comincia tanto tempo fa…

All’inizio di questo secolo, durante la Grande Guerra, tutti gli uomini sono al fronte; i paesi e le campagne sono abitati solo dalle donne, dai bambini e dai vecchi, con l’ansia nel cuore per la vita dei mariti, dei padri, dei figli…

Un giorno una mamma in attesa di un bambino entra nella chiesa di Sant’Ilario per pregare davanti all’immagine della Madonna del Carmelo. Guardando il suo dolce volto prega la Madonna con queste parole: «Se mio marito tornerà a casa e questo bambino sarà un maschio, io lo consacro a te perché diventi un prete!».

1

 La Madonna ascolta quella preghiera, il marito tornerà dal fronte, nasce un maschio… Pietro.

È arrivato in una famiglia meravigliosa, circondato dall’amore del cuore grande di papà Dante e protetto dallo sguardo vigile ed energico di mamma Emilia. Terzo di quattro fratelli, viene al mondo in una fredda giornata d’inverno, a Sant’Ilario, il 5 gennaio del 1917.

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Come tutti i bambini anche lui ama giocare e il suo gioco preferito è fare il prete: si mette un tappeto sulle spalle, sale sullo sgabello e fa l’omelia alle sorelle, poi continua il rito con la celebrazione dell’intera Messa.

 

Mamma Emilia lo guarda e poco a poco cerca di educare alla generosità e al sacrificio quel figlio perché diventi forte e disponibile, pronto ad ascoltare e seguire la voce del Signore.

Quante volte, violando il suo senso di giustizia, lo sprona a consegnare i compiti appena finiti ad un compagno che, dopo aver giocato a calcio tutto il pomeriggio, glieli domanda: lui, Pietro, non ha giocato ma ha studiato! «Tu – gli ripete la mamma come al solito – fai il tuo dovere di amico e lui se la vedrà con la sua coscienza!».

Per non vederlo mai in ozio escogita mille espedienti così da tenerlo impegnato, soprattutto quando deve restarsene in casa dopo una malattia... e a Pietro, di salute debole e delicata, questo accade abbastanza spesso. Uno dei passatempi più noiosi è quello di separare i fagioli secchi scuri da quelli bianchi!

A volte Pietro si lamenta del pane duro e lei subito ribatte: «Se hai davvero fame mettici dell’acqua e ammorbidiscilo, così non sarà più secco!».

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Durante le vacanze scolastiche Pietro è solito trasferirsi a Casalgrande dallo zio don Aldo, che è il parroco di quel paese.

Per Pietro sono momenti incantevoli e lì trascorre intere giornate a contatto con la natura… mai lo si vede così felice, ama andarsene in giro per la campagna e si ferma a parlare con gli alberi!

Un bel giorno, nell’estate del 1927, gli arriva una lettera del padre Dante: ha dieci anni ed ha appena finito le scuole elementari.

«Ti ho iscritto alle scuole tecniche perché secondo me questa scuola va bene per te».

Pietro va in chiesa a fare un discorsino col Signore. Torna a casa e scrive al padre: «No, io voglio frequentare il ginnasio perché voglio farmi sacerdote!». Per tutto il tempo della scuola media nella mente di quel bambino rimangono sempre vive la decisione e la certezza di avere fatto la scelta giusta.

Mamma Emilia esulta di gioia, di commozione e di riconoscenza: il suo pensiero va a quel lontano giorno in cui ha offerto suo figlio alla Madonna!

Nel cuore del papà, forse, c’è un po’ il rimpianto di aver perso un buon ragioniere, ma quel papà sa bene che di fronte alla volontà di Dio non gli resta che dire di sì.

E così, a quindici anni, Pietro lascia la sua famiglia ed entra nel Seminario Maggiore di Albinea.

 

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La vita in seminario è molto dura: bisogna rispettare gli orari, mantenere sempre un certo comportamento. “Ordine e disciplina” è il motto che accompagna e scandisce le giornate, caratterizzate dallo studio e dalla preghiera...

Ci si alza presto il mattino – verso le sei – si va a Messa e poi si fa colazione.

Anche quando c’è molto freddo il riscaldamento è usato con molta parsimonia e tante volte il mattino, per lavarsi, i seminaristi devono rompere il ghiaccio che si è formato durante la notte nei catini che contengono l’acqua.

A scuola non possono permettersi di essere distratti, anzi devono stare molto attenti perché spesso mancano i testi su cui studiare ed è necessario prendere appunti.

Anche il silenzio è una regola importante e solo durante la ricreazione è concessa una pausa, così finalmente si può chiacchierare o mettersi in pari con le lezioni.

Il resto della giornata è impegnato nello studio perché gli insegnanti sono molto esigenti: le lettere di san Paolo devono essere imparate a memoria addirittura nel testo greco!

Non sono previsti allenamenti di basket, di pallavolo o di calcio, eppure spesso le ore del giorno non bastano per un lavoro tanto impegnativo e così rimane la notte… e per restare sveglio qualcuno escogita persino lo scomodo espediente di immergere i piedi nell’acqua fredda!

I ragazzi lassù in collina, lontano dal paese, sono quasi completamente isolati dal mondo esterno e solo la domenica possono leggere un giornale – L’Osservatore Romano – e sapere che cosa accade fuori del loro mondo silenzioso.

La domenica è anche il giorno di visita dei famigliari e Pietro la aspetta con ansia, pregustando l’incontro con la sorella Teresa – la sua cara Sesa – e il papà Dante, che partendo da Sant’Ilario pedalano fino ad Albinea. La Sesa non dimentica mai di mettersi in tasca la liquirizia che piace tanto al fratello... e come la gusta soprattutto dopo i pasti frugali serviti in seminario: per nove anni, infatti, tutte le sere non c’è da mangiare altro che riso e fagioli!

Per i due fratelli è una gioia ritrovarsi insieme e Pietro la custodisce nella mente e nel cuore per tutta la settimana successiva.

Di vacanze durante l’anno scolastico neanche se ne parla… solo durante l’estate quindici lunghi, assolati giorni di riposo.

Pietro ritorna a casa e dopo due o tre giorni in famiglia, si reca a Casalgrande dallo zio.

Iniziati gli studi di Teologia, Pietro viene nominato Prefetto, cioè responsabile di una ventina di giovani seminaristi iscritti alle classi del liceo.

Con loro esige la disciplina, la raccomanda, la insegna con l’esempio, ma nello stesso tempo è cordiale e solidale. Non alza mai la voce e non fa scenate, ma quando è necessario riprende fraternamente i ragazzi e cerca di conquistarne il cuore, poco a poco.

Questo suo atteggiamento troppo benevolo a volte attira i rimproveri del Rettore: lui, ad occhi bassi, ascolta e accetta, ma subito è pronto ad intervenire in difesa dei suoi ragazzi.

Una volta ne combinano una veramente grossa: spalmano la lavagna di cera sciolta e attendono il professore, per farsi una bella risata alle sue spalle. Il poveretto inizia la lezione ma naturalmente non riesce a scrivere sulla lavagna: i gessetti scivolano e si spezzano. Così interviene il Rettore: «Questi ragazzi meritano quindici giorni di isolamento!»... poi, senza una spiegazione, i giorni di castigo sono ridotti a otto: Pietro ha ottenuto una riduzione della pena.

Sempre in mezzo ai giovani che gli sono stati affidati, ne condivide la vita. Sono davvero tempi duri. Ogni pezzo di pane che riesce a trovare Pietro lo conserva, non lo tiene mai per sé, ma osserva attentamente i ragazzi e poi dona il suo pane a quello che gli sembra in quel momento averne più bisogno.

Condivide con loro anche i momenti di riposo, sa animarli e renderli piacevoli con tante partitelle a calcio 

  

o appassionanti cori di montagna.

Insieme vivono in una sorta di complicità fatta di comprensione, di affetto e di fermezza. Spesso ci scappa la risata, come avviene durante la lettura spirituale che accompagna i pasti. Infatti lo stile aulico di certi autori che rallegrano il tempo del pranzo provoca a volte lo scoppio di una sonora risata e Pietro, dopo aver concesso questo sfogo, richiama i ragazzi all'ordine per non offendere gli autori classici.

Alla domenica Pietro nella sua qualità di Prefetto tiene una breve meditazione e allora, parlando del suo Signore, si illumina ed è il momento in cui quei giovani e burloni seminaristi intuiscono commossi quale fuoco di amore riempia il suo cuore.

Alla sera insiste nell’esame di coscienza per aiutare i ragazzi a conoscersi e li sprona a riprendere il cammino della perfezione dal punto in cui sono arrivati.

Un momento prezioso che dedica ai suoi giovani è quello del dialogo, in cui li ascolta con amorosa comprensione e si confronta con loro su tutto ciò che avviene in Seminario.

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Intanto nel mondo si preparano gravi e catastrofici eventi. Nel settembre del 1939 scoppia la seconda guerra mondiale e Pietro con altri amici partecipa ad un corso da infermiere militare. Dopo aver frequentato le lezioni tenute da un ufficiale bolognese, consegue il diploma che gli consentirebbe di servire negli ospedali da campo e di prestare soccorso ai feriti e ai sofferenti.

Con uno sguardo molto acuto sulla situazione politica, i superiori del Seminario intuiscono che presto anche l’Italia sarà coinvolta nella guerra. Anticipano gli esami per i seminaristi dell’ultimo anno e accelerano i tempi della loro ordinazione. In mezzo a tanta rovina materiale e spirituale si avvicina per Pietro uno dei momenti più belli e preziosi della sua vita: l’offerta totale al Signore nella consacrazione sacerdotale.

Il 9 giugno 1940, ad un giorno esatto dall’intervento dell’Italia nel conflitto mondiale, Pietro a ventitré anni riceve l’Ordine Sacro assieme ad una ventina di compagni per le mani del Vescovo Monsignor Edoardo Brettoni.

Il novello don Pietro trascorre l’estate a Casalgrande dallo zio don Aldo ed è proprio là che celebra la sua prima Messa Solenne, il 13 giugno.

 

Il suo grande desiderio è però quello di unire la sua preghiera di offerta e di riconoscenza a quella della mamma, e perciò torna a Sant’Ilario dove celebra la sua Messa il 16 luglio, proprio nella festa della Madonna del Carmelo.

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Nel mese di settembre dello stesso anno 1940 don Pietro viene inviato nella parrocchia di San Quirino a Correggio dove abita con il parroco, Monsignor Bonacini, per due anni.

C’è una grande armonia fra i Sacerdoti, si vogliono bene, si rispettano profondamente. Don Pietro sceglie la vigna per il suo lavoro: il mondo dei giovani.

Trascorre il suo tempo fra i giochi dei ragazzi e le conversazioni, dividendosi fra l’oratorio e il confessionale.

A poco a poco i giovani vengono attratti dal fascino tutto spirituale di questo giovane prete che fa toccare con mano la bontà, la comprensione e l’amore del Signore per ciascuno di loro. C’è qualcosa di diverso in questo sacerdote, qualcosa che fa vibrare delle corde molto profonde nel cuore.

I ragazzi gli vogliono bene, sentono che è un amico, che vuole il meglio per ciascuno di loro, che è capace di coinvolgerli, di valorizzarli, che non fa distinzioni fra lontani e vicini.

Per don Pietro sono anni di grandi sacrifici: di giorno tutto il suo tempo è dato senza riserve, di notte costruisce la sua anima con la lettura, lo studio, la preghiera.

Don Pietro é preoccupato per papà Dante che si è ammalato gravemente, e appena può corre a trovarlo fino a Sant’Ilario, in bicicletta. Il papà muore nel marzo del 1942 e allora don Pietro chiede alla mamma e alla Sesa di raggiungerlo a Correggio: «Non è giusto che formiamo due famiglie separate, dobbiamo costruirne una sola!». E così, con semplicità e prontezza, madre e sorella si trasferiscono a Correggio e vanno tutti insieme ad abitare nella canonica vecchia.

Il ritmo di lavoro a cui don Pietro si sottopone è molto logorante, trascura la sua salute, non ha tempo per ascoltare i segnali di allarme che gli manda il suo corpo. Di costituzione non é certo un colosso e così finisce per ammalarsi. In poco tempo le sue condizioni si aggravano e don Pietro è costretto a farsi ricoverare in ospedale. Tutto pare ormai che vada a rotoli.

I suoi giovani pregano ma il Signore sembra non sentirci.

Mamma Emilia vuole infondergli un po’ della sua forza, gli è sempre vicina, dorme e mangia in ospedale e solo nel pomeriggio rientra a casa per breve tempo ma è impaziente di tornare vicino al suo figliolo. Una volta arriva persino ad inginocchiarsi davanti agli infermieri pregandoli di trovare un rimedio per quella terribile malattia che si è aggravata a tal punto da sfuggire al controllo dei medici. Nemmeno loro però sanno più cosa fare, quale strada tentare per salvare quel giovane prete.

Un giorno don Pietro chiama il medico vicino al suo letto e gli dice con un filo di voce: «Dottore, voglio che lei mi faccia una promessa: mi deve dire quando è ora... non ho paura di morire, ma temo di non essere pronto per incontrare il mio Signore. Qui c’è il mio corpo... lei faccia quello che deve fare, sono a sua disposizione».

Il medico inizia delle cure pesantissime perché è l’ultimo tentativo e non rimane che una tenue speranza. Don Pietro soffre ma è sereno e tranquillo, non protesta né si ribella mai.

Le cure si protraggono per lunghi mesi e il suo corpo anche se continua a resistere è sempre più spossato, debolissimo.

Il medico convoca dei colleghi per un consulto, ma sembra che tutti gli sforzi e i mesi di sofferenza siano stati inutili: don Pietro entra in coma.

Il 20 febbraio 1944 il giovane prete – ha appena ventisette anni – è agonizzante nel suo letto. È in coma, ma sente. Due persone parlano in fondo al letto: «Povero ragazzo: hai sentito cos’ha detto il professore venuto da Modena? Ha detto che non arriva a domattina! Povera la sua mamma!».

 Quel che è passato in quella notte solo il Signore lo sa... ma è passata la Madonna... Al mattino don Pietro comincia a star bene...

La scienza è incredula: il giovane prete è completamente guarito!

La convalescenza è lunga e faticosa. I movimenti più comuni, i semplici gesti di ogni giorno come il vestirsi, il lavarsi, il farsi la barba, richiedono molto tempo. La spossatezza e l’indebolimento fisico sono tanto grandi da avvilire lo spirito più forte: come si può pensare in quelle condizioni di riprendere l’attività fra i giovani?

Il cuore grande di quel giovane prete è impaziente, scalpita, ma è prigioniero di un corpo sfinito. Alla fine, dopo quasi due anni, don Pietro può finalmente ritornare dai suoi ragazzi.

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Don Pietro comincia a pensare a ciò che può fare per conquistare altre anime al Signore. Per essere più vicino ai giovani decide di entrare nel mondo della scuola e di inserirsi come Assistente nell’Azione Cattolica di Correggio.

Rincomincia così la sua opera come insegnante di Religione. A scuola è esigente e severo, sempre però con quella comprensione che gli permette di penetrare molti cuori, tanto che in poco tempo riesce a conquistarsi la fiducia e la stima di tutti.

Don Pietro sa bene che la religione non è una materia molto considerata dagli studenti e allora inventa mille espedienti per catturare la loro attenzione e sa tenere la disciplina nelle classi con mano ferma, anche in quelle più effervescenti, che nessuno riesce a domare. Parla e spiega sottovoce perché questo stimola la curiosità degli ascoltatori: «L’unico mezzo è quello di parlare piano, non urlare, perché i ragazzi sono curiosi di sentire, anche se non interessa... allora fanno silenzio e prestano attenzione».

È un bravissimo insegnante, fine psicologo, di ogni ragazzo conosce il carattere, ne individua e valorizza le qualità.

Durante gli scrutini ha sempre una parola pacata per rendere giustizia e portare soccorso a qualche allievo che non può proprio dirsi bravissimo: invita allora i colleghi professori a valutare non solo il profitto scolastico del momento, ma tutto il ragazzo nel suo insieme.

Accetta la cattedra alla Scuola Media Statale e al Liceo Classico di Correggio, ma non gli basta, vuole fare qualcosa di più. Ecco allora l’ispirazione di fondare un Istituto Magistrale per la formazione di future maestre ed educatrici cristiane, capaci di trasmettere grandi ideali a tutti i bambini oltre che ai propri figli. Nasce così nel 1947 in Correggio l’Istituto San Tommaso d’Aquino di cui don Pietro viene nominato vicepreside.

All’inizio degli anni ’50, arriva al Liceo Classico un agguerrito professore di filosofia dichiaratamente ateo. Il suo insegnamento porta scompiglio, turba i ragazzi con i frequenti attacchi alla Chiesa. Alcuni giovani addirittura vacillano nella fede, soggiogati dal fascino del professore. In molti lo seguono attirati dalle sue idee.

Don Pietro non si scoraggia e non perde tempo. Comincia con una forte opposizione: è l’unica persona in grado di bilanciare su un pari livello culturale e razionale le idee di quel professore…

… Sceglie alcuni giovani, li prepara e li agguerrisce con delle lezioni di filosofia, così che a scuola possano arginare i danni fatti dal professore. Questi comincia a trovare del duro… in poco tempo è neutralizzato.

Mentre avvengono queste cose, su un altro fronte don Pietro cerca di rianimare l’Azione Cattolica.

Sono gli anni dell’immediato dopoguerra e tanti giovani entrano nelle file del “Fronte della gioventù”, un’associazione della sinistra politica. È necessario presentare un ideale entusiasmante e più coinvolgente di un generico impegno. Per rendere l’Azione Cattolica una cosa davvero viva don Pietro avvicina i suoi ragazzi alla preghiera, all’Eucaristia, al sacramento della Penitenza.

A poco a poco la chiesa di San Quirino si riempie di adolescenti, di ragazzi e di giovani coppie che pregano insieme, che gustano l’esperienza quotidiana della Messa e della meditazione.

L’intera cittadina di Correggio è stupita e si interroga. È quasi scandaloso vedere tanti giovani in chiesa, al mattino di buonora!

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Per raggiungere anche i più lontani, don Pietro sceglie tra i suoi giovani dei collaboratori, i delegati, pronti a lavorare insieme a lui con costanza, ad affiancare i ragazzi per i lunghi anni della formazione, dall’adolescenza fino alla maturità.

Il nostro Sacerdote mostra sempre una grande fiducia nei suoi collaboratori, non impone i propri progetti e lascia una piena libertà di intervento, segue ogni iniziativa dando suggerimenti ed indicazioni solo se gli vengono richiesti. Anche di fronte ad un errore non sgrida e, quando finalmente lo sbaglio viene riconosciuto, esclama con lo sguardo pieno di amore: «Erano parecchi anni che avrei voluto fartelo notare!».

In questo spirito di stretta collaborazione inizia un percorso di formazione ben preciso e chiaro.

Le adunanze, aperte a tutti i gruppi di Azione Cattolica, sono incontri fatti non per organizzare attività ma per discutere, parlare, confrontarsi. Hanno una cadenza regolare e don Pietro è molto attento alle presenze perché ha caro e conosce ciascuno di quei ragazzi. Egli vuole che i giovani abbiano una visione senza ombre dell’esistenza e della fede, molta chiarezza interiore per essere cristiani veri nella vita quotidiana.

Quante volte ripete: «Non si può essere cristiani a metà: bisogna pregare, sì, ma occorre testimoniare la nostra fede nella vita pratica di tutti i giorni!».

È veramente tanto il tempo che trascorre con i ragazzi nel suo studio: spesso si intrattiene con loro fin dopo la mezzanotte.

Se qualcuno gli chiede come faccia a soddisfare la quantità di incombenze che il suo ministero e la sua professione di insegnante già da sole comportano standosene sempre così in mezzo ai ragazzi, lui risponde: «Dipende da come uno utilizza la notte!».

L’adunanza costituisce il primo passo per avvicinare le anime, ma pian piano, con grande costanza e pazienza, don Pietro le attende nel confessionale e nei colloqui personali.

Non manca mai nella sua tasca l’agendina su cui annota gli appuntamenti. Non perde tempo quando incontra un ragazzo, non fa chiacchiere inutili, ma quasi subito domanda con il sorriso negli occhi: «E allora, quando vieni a trovarmi?»... «Ma… sa, lei è così impegnato…»... «Va bene adesso?»: e per quell’anima non ci sono più scuse!

Nemmeno i rifiuti lo scoraggiano più di tanto e neppure le furbizie di qualche ragazzetto recalcitrante.

Una volta fissa un appuntamento con un adolescente un po’ restio ad incontrarlo. Il giorno stabilito il ragazzo, sapendo che don Pietro deve recarsi alla chiesa di San Francesco, sceglie un via diversa per raggiungere i suoi amici e fare una bella partita a pallone...

… e come ci rimane male quando se lo trova davanti! Basta però un’occhiatina e il ragazzo cede. Non si può resistere ad un affetto così grande che viene a cercarti senza preoccuparsi di essere respinto: quel ragazzo diventerà uno dei suoi fedelissimi!

È un Padre che si interessa a tutte le esigenze spirituali e materiali dei suoi figli, come quella volta che vedendo un bambino triste perché non ha delle scarpe adatte per accompagnare una processione, lo porta da un calzolaio e gliene regala un paio nuovo.

Un’altra volta una ragazza si ammala di pleurite dopo aver preso parte ad una processione solenne del Venerdì Santo. L’anno dopo don Pietro ricorda benissimo quanto è accaduto e le dice: «Tu la processione quest’anno l’aspetti in chiesa!».

In occasione di una veglia di preghiera notturna, una ragazza gli manifesta il desiderio di fermarsi per due ore ma lui osserva: «E se tu facessi un’ora sola ma fatta bene? Non è bello andare addormentati dal Signore. Fanne una, ma falla bene: dal Signore bisogna andarci ben svegli!».

9

I giovani sanno che gli occhi di quel Sacerdote penetrano anche nelle pieghe più nascoste della loro anima: lui vede tutto, sembra conoscere già tutto. Comprende, accoglie e dedica a ciascuno il tempo necessario, senza nessuna fretta, con una disponibilità totale e senza limite. Ha ricevuto il dono di una grande memoria che gli permette di ricordare tutti i particolari che i suoi giovani gli raccontano e di conservarli nel suo cuore.

Ogni anno, prima di iniziare le attività, don Pietro propone ai giovani i corsi di Esercizi Spirituali.

Questi sono giorni veramente impegnativi per tutti e anche chi comincia col parteciparvi controvoglia ne esce alla fine entusiasta ed infiammato dai grandi ideali, dalle mete delle virtù da conquistare.

Don Pietro non segue le mode, predica ai suoi giovani un ritorno alle origini e propone l’ideale della Chiesa apostolica dei primi tempi. Quando entra in questo argomento c’è uno strano ardore nei suoi occhi, una luce diversa, e qualcuno rimane colpito dalle sue parole…

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… Nel corso di un’adunanza don Pietro lancia questo messaggio senza entrare troppo nei particolari. Uno dei giovani che partecipa ne é molto impressionato: «Che cosa avrà voluto dire?»... ci pensa, riflette da solo, è affascinato da questa prospettiva. Dopo una notte insonne si precipita da don Pietro, vuole comunicargli il suo entusiasmo. Don Pietro lo ascolta e poi… lo invita alla preghiera: «Le cose dello Spirito non vanno fatte in fretta, hanno bisogno di molta preghiera... lasciamo fare a Lui: tu prega molto e alla fine dell’estate ci vediamo»...

Passano i mesi estivi e finalmente quel giovane riesce a riunire tanti suoi amici e collaboratori di Azione Cattolica ai quali lancia l’idea... nessuna risposta. Chiede una riunione del Consiglio... nessuna reazione. Avvilito, il povero giovane torna da don Pietro, che finalmente si pronuncia: «Mi sembrava giusto lasciarti fare quello che credevi opportuno. Ora ti dico la mia: questo ideale va trasmesso con un discorso personale e richiede un lavoro individuale. Scegli alcuni dei tuoi amici e portalo avanti con loro».

Trovare gli amici è abbastanza facile... ma come si può rendere concreta questa idea, che cosa significa vivere come i primi cristiani?

Quel gruppetto di amici si incontra spesso: i giovani sono attirati da quest’idea che ha tutto il sapore di una sfida e sono animati da una gioia incontenibile, da un prorompente senso di novità. Non dicono niente a nessuno, neppure alle loro ragazze.

Dopo tante discussioni, tanti momenti di incontro e di riflessione, don Pietro chiarisce finalmente le linee della sua ispirazione: «Bisogna che le famiglie vivano una stretta comunione di carità e di ideali per realizzare quel che hanno fatto i primi cristiani!».

Ecco che allora diventa necessario coinvolgere le ragazze, lavorare insieme, progettare insieme...

… è l’inizio di un cammino nuovo: nasce la prima comunità, è l’anno 1957.

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Verso la fine del 1959, il Vescovo Monsignor Beniamino Socche convoca don Pietro e gli comunica il suo progetto di nominarlo parroco, ma lontano da Correggio. Nonostante si renda conto della lacerante sofferenza che procura al cuore di questo Sacerdote, sa pure di potergli chiedere qualsiasi obbedienza.

Viene indetto il concorso per l’assegnazione della Parrocchia di Sant’Ilario d’Enza, rimasta da poco senza parroco: don Pietro partecipa e risulta vincitore... anche il Signore sembra proprio congiurare insieme al suo Vescovo!

«Don Pietro se ne va!». Non appena la notizia si diffonde per Correggio getta i suoi giovani nell’incredulità, nello stupore e nello sconcerto. C’è anche chi pensa che tanto lavoro finirà nel nulla.

In mezzo a questo tumulto di sentimenti contrastanti don Pietro si mantiene sereno ed é sempre rassicurante con chi gli è vicino perché sa bene che la strada dell’obbedienza è vincente. Sicuramente anche lui soffre molto e il suo dolore traspare dal viso man mano che si avvicina il giorno della partenza. Trova ugualmente parole di conforto per i suoi giovani, li esorta a confidare sicuri nella Provvidenza anche se nel suo cuore c’è la tempesta.

28 Agosto 1960: don Pietro entra solennemente a Sant’Ilario come nuovo parroco. Egli è preceduto da un profetico messaggio di presentazione del suo Vescovo:

Deo gratias et Mariae!

Sant’Ilario ha il suo nuovo Pastore che viene esuberante di vita apostolica sacerdotale. Egli è l’apostolo in prevalenza dei giovani: è l’apostolo che non conosce requie nel suo lavoro pastorale e che sa usare anche del minuto prezioso per spenderlo per le anime. Lo vedrete, cari figlioli e figliole di Sant’Ilario, assorbito il vostro novello Arciprete dalla sollecitudine di rispondere ai bisogni ed alle istanze della vostra bella e grande parrocchia. Lo vedrete nella cura diretta delle anime vostre nella vita parrocchiale, nella quotidiana azione del Sacerdote all’altare, sul pergamo, nel confessionale, nell’insegnamento, fra la gioventù, al letto degli ammalati, nei colloqui personali. Specialmente voi giovani troverete nel vostro novello Arciprete un grande cuore, tutto aperto a comprendervi, ad amarvi…

… O figli di Sant’Ilario, conoscerete un giorno la predilezione che il Signore Gesù ha avuto per voi con il darvi questo novello pastore!.

I suoi giovani accompagnano don Pietro e trovano ad attenderlo i rappresentanti ufficiali del paese, alcuni curiosi, qualche militante della Parrocchia.L’accoglienza è buona e don Pietro si commuove entrando nella sua chiesa per prenderne possesso. Durante l’omelia spiega, indicando l’altare della Madonna del Carmelo: «Là una donna che aspettava un figlio offrì il suo bambino… quella donna era mia madre».

Nel pomeriggio un gruppo di fedeli parrocchiane pensa bene di festeggiare l’avvenimento con una scampagnata nell’Enza e, quando il nuovo parroco inizia la celebrazione dei suoi primi Vespri, la chiesa è deserta… i suoi ragazzi sono ormai lontani!

Don Pietro si ritrova solo.

Mamma Emilia è l’unica a essergli accanto. La sorella Teresa è arrivata per qualche giorno da San Remo, dove abita con il marito Enzo, per aiutare nel trasloco. Al momento dei saluti, i due sposi si sentono rivolgere una domanda sbalorditiva: «Ve ne andate? E se voi rimaneste qui con me?». La sorella ed il cognato si guardano increduli, questo fulmine a ciel sereno non rientra nei loro progetti, a San Remo ci sono i loro due figli ed un lavoro sicuro di falegname. Nel giro di un’ora decidono il futuro di tutta la loro vita. Accettano. Non avranno mai motivo di rimpiangere la loro decisione: dopo la morte di mamma Emilia, avvenuta nel 1964, diventeranno la famiglia di don Pietro, il suo primo e vero punto di riferimento, il suo appoggio sino alla fine.

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All’indomani del suo ingresso nella nuova parrocchia, finiti i festeggiamenti, don Pietro deve farsi su le maniche e ricominciare tutto da capo nella sua Sant’Ilario, con gli interrogativi di sempre: che cosa fare, da dove partire?

Inginocchiato davanti all’altare della Beata Vergine del Carmelo, là dove era stato offerto dalla madre, si confida e trova nel cuore di Maria il cuore di una Mamma avvolgente e protettiva.

A poco a poco don Pietro non è più solo, si avvicinano a lui i primi timidi collaboratori. Egli li accoglie a braccia aperte, li incoraggia, li rende partecipi dei suoi metodi educativi e del suo grande progetto.

Capisce che deve cominciare dai bambini e così il catechismo è il primo impegno da affrontare: parla coi catechisti, li prepara a questo compito, e loro vanno di casa in casa, radunano i bambini, parlano con i genitori. Inizia così l’avventura del catechismo per tre mesi consecutivi, ogni giorno, per tanti anni.

Nessuno bada né al tempo né alla fatica. Il catechismo deve essere un momento formativo, piacevole. Si organizzano squadre, si assegnano punteggi, si fanno ricerche sotto forma di gioco, di gara, tutti sono coinvolti. Fioriscono i quaderni, abbelliti con disegni e immaginette, si vivono delle ore indimenticabili.

Don Pietro desidera molto che i ragazzi conoscano la chiesa: i suoi altari, i santi, gli affreschi, i simboli. Essa diventa famigliare ai bambini.

Gli esami poi sono una festa di grande impegno e soddisfazione. Don Pietro vuole ascoltare tutti, non delega nessuno a sostituirlo perché catechisti e ragazzi abbiano la gratificazione di ricevere il suo sorriso e la sua lode. Nessun quaderno gli sfugge, nessuna iniziativa passa inosservata, tutti sono gratificati nel giusto modo.

La festa del catechismo poi chiude questo periodo di lavoro intenso: si preparano spettacoli molto belli, pieni di allegria, che fioriscono dalla creatività dei grandi e dei piccoli, ognuno nel proprio ruolo sente valorizzate le capacità individuali e la propria personalità.

Nel 1962 don Pietro pensa anche ai campeggi: il primo in assoluto si svolge ad Entrèves, vicino Courmayeur, in Val d’Aosta. Un gruppo di ragazze parte con la delegata, in un modo un po’ improvvisato, perché una cosa così non si è mai fatta… è proprio un’avventura!

Le ragazze si divertono, imparano a stare insieme, ad apprezzare la gioia dello sforzo nelle lunghe gite, a diventare amiche: non sono semplici vacanze, ma molto di più.

Questo lo capiscono strada facendo, ma lui, don Pietro, sa bene quello che vuole! Perciò, dopo Entrèves, seguono Sant’Apollonia, Pozza, Teveno, Sacchet, Gosaldo, Morge la Splendida, Cervatto e Fobello, Saint Nicolas… un rosario di scoperte meravigliose!

Le ragazze diventano grandi amiche e così fanno i ragazzi.

Finché gli è possibile il Padre sta con loro senza risparmiarsi: direzioni spirituali, confessioni, falò…, un fuoco attorno al quale si pensa, si parla e si discute, i gruppi si rafforzano e crescono.

Gli avvenimenti dei campeggi sono innumerevoli e molto legati alla figura di don Pietro.

A Morge dal suo terrazzino mostra il cielo e le costellazioni più vicine attraverso il telescopio. A Cervatto indice gare di botanica, e allora le ragazze imparano via via i nomi dei fiori, delle erbe e degli alberi.

Ai campeggi si affiancano i pellegrinaggi. La Francia con i suoi meravigliosi santuari e gli alti luoghi dello spirito – Lourdes, la Salette, e poi Ars e Paray le Monial! – diventa meta di tanti giorni felici con don Pietro, che insegna l’alfabeto della comunione dei Santi.

Finiti i campeggi comincia un’altra avventura: quella degli Esercizi Spirituali.

Il primo corso si tiene a Taneto, nell’asilo parrocchiale. Ad aiutare don Pietro cominciano a venire gli amici di Correggio: è da lì che parte un camion pieno di materassi per procurare ai partecipanti un giaciglio per dormire. Anche i tavoli per mangiare sono un problema, perché bisogna alzare quelli troppo bassi che servono al pranzo dei bimbi dell’asilo: sotto ogni piede uno sgabello… così, oltre che dormire sul duro, si mangia come se si fosse in gondola!

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I primi figli spirituali, ormai sposi, sentono l’esigenza di condividere giorno dopo giorno la vita con don Pietro.

Così dal 1965 inizia l’esodo da Correggio.

La comunità di Sant’Ilario dapprima è stupita ma poi si lascia coinvolgere. Speciali collaboratori ben presto si rivelano i due curati don Gianni e don Renzo: il primo dedicato particolarmente ai bambini e il secondo con il carisma speciale dell’assistenza ai malati.

Don Pietro punta ora tutto sulle famiglie, su di loro investe per il futuro. Il Sacerdote e la Famiglia si uniscono e lavorano per lo stesso ideale in un rapporto non solo di collaborazione piena, ma di autentico dono reciproco. Famiglie chiamate dal sacerdote a partecipare alla missione di tutta la Chiesa, sacerdote chiamato dalle famiglie a collaborare alla crescita nella santità degli sposi e dei loro figli. E ciò costituisce una realtà nuova per tutta la Chiesa.

Le case diventano il luogo dove prosegue la vita parrocchiale: le cene dei gruppi, le feste per un battesimo o per un fidanzamento, le rumorose riunioni di Carnevale e di Capodanno. Ogni occasione è buona per fare festa.

Iniziano anche i famosi tiri: viaggi, momenti di relax in cui si trascorre la giornata in fraternità e in allegria. Non manca mai la sosta in un santuario per un momento di preghiera, poi si pranza, non conta il luogo o il modo… l’importante è stare insieme per conoscersi, parlare e confrontarsi su tutto.

È in quelle occasioni che spesso vengono prese le grandi decisioni.

All’inizio don Pietro porta con sé il proprio pasto una bottiglia di vetro riempita di minestra in brodo! , poi i giovani cominciano a vincere la timidezza e ad offrire il pranzo: è un modo semplice per ringraziarlo della sua presenza e del suo affetto.

Una volta alcuni amici vogliono fare le cose veramente in grande e scelgono un posto molto chic. Le aspettative non vanno deluse: il servizio è straordinario, le posate sono d’argento, lo chef è sempre a disposizione, i piatti vengono cambiati ad ogni portata e vini raffinati accompagnano le pietanze… Purtroppo anche il conto finale è degno del trattamento principesco e fa impallidire tutti. Un rapido esame ai portafogli… e ci si accorge di non arrivare a pagare il conto. Sempre attento, don Pietro si offre di contribuire e i giovani sono tentati di accettare… per fortuna tutto si risolve quando un amico, che si era momentaneamente allontanato, torna ed estrae prontamente dalla tasca il blocchetto degli assegni!

Un’altra volta capita che degli amici vogliono regalare a don Pietro una statua della Madonna e si trovano poi nell’impossibilità di pagarla. È don Pietro che si accolla la spesa di tanta generosità!

Anche in tutti questi momenti di fraternità, di gioia condivisa, don Pietro non dimentica mai di essere un ministro di Dio e richiede sempre il rispetto per ciò che egli rappresenta… come quando, in occasione di un tiro al mare, rispedisce immediatamente a casa a cambiarsi i ragazzi che sono andati a prenderlo in pantaloni corti!

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Dal vecchio parroco don Pietro ha ricevuto in eredità un documento che lo impegna a cedere al Comune il terreno del campo sportivo parrocchiale per la costruzione di un edificio enorme per Sant’Ilario, il grattacielo. Lì in inverno viene ammucchiata la neve raccolta nel paese e si formano delle montagnole ideali per fare gli scivoloni. In primavera invece il campo fiorisce di margherite ed è un piccolo paradiso per i bambini, una delizia per i loro giochi.

Don Pietro vorrebbe sciogliere l’accordo ma non può. Giunge allora ad una sorta di compromesso, con il quale il Comune concede l’uso del campo sportivo comunale alla squadra di calcio parrocchiale per gli allenamenti e le partite.

Al momento in verità non esiste alcuna squadra della parrocchia, ma don Pietro guarda lontano: vede bambini e ragazzi correre e giocare nel campo.

Così, con il passare degli anni, don Pietro sollecita la nascita delle attività sportive e anche per quest’impresa cerca la collaborazione tra i suoi giovani.

Iniziano gli allenamenti di calcio e di basket e i ragazzi che aderiscono a queste attività aumentano sempre più rapidamente.

Don Pietro sostiene con convinzione che lo sport ha una grande valenza educativa perché è il modo più bello per occupare i ragazzi, per riempire le lunghe ore di ozio, per creare uno spirito di squadra e di solidarietà. Non gli interessa di sfornare campioni, ma desidera che nascano dei gruppi di amici, che si formino dei veri uomini. Adotta e personalizza con “Mens sana in corpore sancto” un motto ben conosciuto: gli interessa molto il corpo santo oltre che sano!

I suoi giovani collaboratori si occupano ormai di tutte le molteplici attività della Parrocchia: il catechismo per i bambini, i campeggi per i ragazzi persino la gestione delle cucine! – e ancora la guida dei gruppi di Azione Cattolica. Chi collabora non lo fa per ricevere una ricompensa ma per amore di Dio. Così don Pietro educa i suoi giovani.

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Nel frattempo don Pietro aiuta le giovani famiglie ad educare i propri figli. Anche questi bambini trovano un cuore speciale pronto ad accoglierli e ad amarli, proprio come è capitato alle loro mamme e ai loro papà. È una festa l’incontro con don Pietro quando va a cena nelle case: i bimbi lo circondano, lo abbracciano, qualcuno lo bacia e di fronte all’imbarazzo dei genitori lui esclama: «Lasciate che i bimbi vengano a me!».

Se durante l’estate le famiglie lo vanno a trovare, il primo saluto è per i bimbi: «Sono contento di vederti, molto contento, perché un papà è felice quando può riabbracciare il suo bambino!».

Adunanze, ritiri mensili, falò, esercizi spirituali, confessioni e direzioni scandiscono la vita della comunità parrocchiale.

I giovani affollano la canonica perché cercano questo Prete che li ama personalmente, lo vogliono vedere, cogliere insieme a lui il progetto di Dio su di loro e scoprire la loro vocazione.

Ognuno si sente rassicurato e privilegiato perché, anche di fronte alle mete più alte, quel Sacerdote è pronto a garantire il suo aiuto e la sua preghiera.
Davanti ai tentennamenti, incoraggia sempre: «Pensi che io, che ti voglio così bene, possa ingannarti, raccontandoti delle bugie?».

La vita spirituale dei giovani, delle famiglie e delle piccole comunità di amici, si approfondisce, tutti cercano di privilegiare le esigenze dello spirito anche se ciò costa rinunce e sacrifici.

“Mai troppo per Dio!”: egli per primo dà l’esempio, instancabile e sempre disponibile.

Allora non stupiscono più le notti passate in auto sul piazzale o davanti alla canonica, per avere la certezza di incontrarlo il giorno dopo nella confessione o nella direzione spirituale.


I carabinieri sorvegliano le macchine e fanno caute indagini. La risposta candida di tanti giovani li disarma: «Sono qui per confessarmi». In paese si fatica a comprendere «Sono le solite esagerazioni!» e c’è chi arriva ad ammettere che un ragazzo possa trascorrere una notte in fila per occupare un buon posto allo stadio o ad un concerto, ma che lo faccia per parlare con un prete… questo no!

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La cura delle anime non distoglie don Pietro dal progetto di realizzare delle strutture nelle quali i suoi giovani possano trovare un ambiente educativo sereno: solo così la sua opera potrà dirsi completa. Ecco perché nei primi anni ’70 pone mano alla ristrutturazione del vecchio Cinema Verdi, la cui gestione torna alla Parrocchia.

Più avanti, superate non lievi difficoltà, ottiene la licenza di costruire l’Oratorio. La sua fiducia nella Provvidenza trascina tutti e la grande opera, il cui costo sembra superiore alle forze, viene realizzata.

L’Oratorio è dedicato a san Giovanni Bosco perché sotto la protezione di questo grande Santo i giovani imparino la gioia del gioco e della preghiera.

Negli anni successivi don Pietro, dopo aver dato impulso alla apertura della scuola media statale, riprende l’iniziativa sul piano culturale con la fondazione di una Scuola Magistrale nel 1972 e con il radicale restauro della casa della scuola, che nel 1979 diventa sede dell’Istituto Magistrale San Gregorio Magno. A questo fanno seguito le Scuole Elementari a partire dal 1983 ed infine le Scuole Medie, dal 1988.

 

«Vogliamo costruire una Scuola Materna per i nostri bambini che sono figli di Dio col Battesimo ed esigono un’educazione cristiana».

A questo annuncio, dato alla Messa di Natale del 1979, segue l’inizio dei lavori della Scuola Materna San Giuseppe, un edificio progettato in base a criteri pedagogici di avanguardia. La nuova Scuola viene inaugurata dal Vescovo Monsignor Gilberto Baroni nell’autunno del 1985.

«Bisogna pensare alla Casa di Dio», dice don Pietro nel 1987… in breve tempo vengono predisposti i progetti e la struttura esterna della chiesa di Sant’Eulalia è restaurata nel 1988.

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Il disegno di Dio, rimasto ancora in abbozzo a Correggio, a Sant’Ilario si sviluppa. I gruppi di fidanzati nati alla fine degli anni ’50 sono ora comunità di famiglie che hanno colto il progetto di don Pietro e cercano di vivere una comunione di vita quotidiana. Un sogno da tanto tempo accarezzato diventa realtà con la costruzione di case dove si va ad abitare vicini per rafforzare la condivisione e per meglio aiutarsi nell’educazione dei figli.

Come in una grande famiglia, la gioia di uno diventa la gioia di tutti ed il dolore di uno il dolore di tutti. La Comunità è chiamata a stringersi intorno a coloro che sono provati dal Signore nella sofferenza, come anche a partecipare alle gioie e alle feste. Don Pietro ripete spesso: «Il Signore ci chiama alla gioia, non alla tristezza; essere con Lui è una soavità di vita, perciò… di festa in festa fino alla festa grande del Paradiso!».

Don Pietro, da buon Pastore, vigila attentamente sull’operato dei suoi figli anche perché conosce molto bene le difficoltà del cammino che hanno intrapreso…

All’occorrenza non esita a riprenderli con forza e rimproverarli: «Volpe del deserto! Proiezione di un ameba sul fondo dell’Atlantico!…»…

… anche se subito dopo rassicura: «Ringrazia il Signore che io possa sgridarti: significa che sei maturo e che io ti voglio molto bene… verranno giorni in cui rimpiangerai di non aver nessuno che ti sgridi… significa che dovrai camminare da solo senza più un Padre che ti guidi!».

 Ai collaboratori laici si aggiungono i diaconi e poi…

poi… la consolazione più grande: tra i figli dei suoi primi figli sbocciano le vocazioni al sacerdozio! Il suo cuore è straripante di gioia e di riconoscenza perché sa che ormai alla sua vigna non mancheranno gli operai.

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Ma dopo tanti anni logoranti don Pietro sente che le sue forze cominciano a mancare. Il corpo, già provato dalla malattia, è infinitamente stanco.

Il 5 giugno 1988 il Papa Giovanni Paolo II viene in visita pastorale a Reggio Emilia. Don Pietro è ammalato, non si può muovere: il grande incontro, l’omaggio filiale al Capo di quella Chiesa che lui tanto ama, è impossibile.

Ma se don Pietro non è presente fisicamente, è vivo nel cuore dei suoi giovani che parlano di lui al Papa, chiedendo insistentemente preghiere per il loro parroco ammalato. Il Santo Padre ne è profondamente colpito, tanto che, prima di lasciare Reggio, ne parla:

Parecchie persone mi hanno detto così: «Prega per il nostro parroco che è ammalato». Si può dire una piccola cosa, una piccola cosa ma nello stesso tempo una cosa grande: se i parrocchiani pensano in questo momento al loro parroco, si sentono uniti a lui e anche condividono la sua situazione di salute o di malattia, è una bella cosa, una espressione di quello che è·la Chiesa. Perché la Chiesa è la comunione. La comunione! E comunione vuoI dire partecipare della vita di un altro. Così come Gesù ci ha lasciato la sua vita, Se stesso, e ci ha fatti partecipi della sua vita, così ci ha invitato a partecipare anche noi mutuamente, reciprocamente delle nostre vite, delle nostre preoccupazioni, delle nostre gioie, delle nostre tristezze.
Una piccola parola ma così eloquente!.

Quello che pareva impossibile si avvera: l’incontro avviene nella comunione di amore che unisce il Papa, i giovani, don Pietro.

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L’amore di don Pietro per la Madonna è tenerissimo e profondo perché sa che da Maria viene la salvezza, è Lei che dona incessantemente Gesù agli uomini di tutte le generazioni.

L’ultimo grande desiderio di don Pietro è che le famiglie della Comunità si raccolgano intorno a Maria e si consacrino a Lei: «Se vi affidate a Lei, sarete al sicuro!».

Per questo a suo tempo ha impresso nuovo slancio alla Confraternita della Beata Vergine del Carmelo, ha imposto la Medaglia Miracolosa a tanti giovani, ha messo i gruppi sotto la protezione di Maria, ha solennizzato con profondo amore tutte le feste dedicate a Lei. L’Annunciazione, la Visitazione, l’Assunzione, l’Immacolata sono diventati momenti carissimi dell’Anno Liturgico.

Ora vuole affidare a questa Madre dolcissima e potente l’intera Comunità.

Il 19 giugno 1988, dopo mesi di intensa preparazione, don Pietro celebra la solenne Messa di Consacrazione per circa cento famiglie.

Finalmente ha posto i suoi figli in mani sicure e può così innalzare al Signore il suo cantico come il vecchio Simeone: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace».

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Il suo corpo, in modo lento ma inesorabile, si sta spegnendo. Parla con un filo di voce, trascina le gambe e alla fine non cammina nemmeno più, si sta consumando. Rimane vivo solamente lo sguardo pieno di amore negli occhi illuminati dal sorriso: è la sua ultima grande testimonianza.

In lotta quotidiana con i medici, cerca di estorcere permessi speciali per continuare la sua opera. La sua sete di anime non gli dà pace, lo spinge senza sosta, fino a trascurare il cibo se questo può in qualche modo ostacolare il suo ministero. È anche capace di disarmare i dottori: «E se un’anima per causa mia, perché sono un pastore sonnolento e sto a poltrire in camera mia, si perdesse?».

Ormai trascorre all’altare e nel suo studio, accanto al confessionale, tutto il tempo che gli è possibile dare.

Il 12 novembre 1989 la Comunità è riunita intorno a lui per la celebrazione della Messa: nessuno sa che è l’ultima volta, nessuno sa che non lo vedrà più e non sentirà più il sussurro della sua voce.

Nell’omelia c’è quasi un commiato, un ultimo saluto, l’ultimo richiamo a fare tutto per il Signore: «La vita è lotta, ma è lotta con Lui. Lavoriamo molto, impegniamoci molto: Gesù sarà la nostra gioia nel presente e la magnifica nostra gioia nell’eternità».

Siamo alla fine. Ma nessuno osa ipotizzare la realtà. La Comunità è attonita, nel silenzio prega.

Lui soffre moltissimo ma sa che ormai tutto è compiuto. I sacerdoti che gli sono vicini desiderano amministrargli gli ultimi sacramenti ma con grande serenità lui risponde: «Ve lo dico io quando è il momento»… e così poche ore prima di morire sussurra ai presenti: «Ora potete chiamare i curati».

Poi… l’incontro col suo Signore nel quale ha creduto e sperato.

È l’8 gennaio 1990.

Fuori cade la neve: sono i petali di fiori che gli angeli gettano dal cielo al passaggio di quell’anima candida e bellissima.

 

 

Contatti

Movimento Familiaris Consortio
Via Franchetti, 2
42020 Borzano
Reggio Emilia

Telephone: + 39 347 3272616
Email: info
Website: familiarisconsortio.org

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